mercoledì 4 giugno 2008

Tutti in piedi, ma con le mani in alto e la faccia a terra

Guidavo piano, non sapevo dove stessi andando ma volevo farlo piano. Schiacciavo il pedale dell'acceleratore con addosso solamente un piccolo rivestimento di morbida gomma nera che mi ero cucito da solo perché qualcuno mi aveva rubato le scarpe nello stupido motel dove avevo dormito per l'ultima volta in un vero letto. La gomma l'avevo presa dal retro di una carrozzeria, in cui per qualche dollaro mi ero offerto di portar via del ferro vecchio che avrei poi usato per delle mie sculture, così avevo detto. Me l'ero messa e mi ci ero trovato bene, si stava comodi ed erano due giorni che tenevo questa strana nuova calzatura ai piedi. Ci avevo anche fatto il baffo della Nike con un gessetto bianco. Non molto traspirante, a dire il vero. 21 dollari e una .45 in tasca, sulla Interstate 69 diretto a sud, verso il confine. Nient'altro che una linea su una cartina geografica, nient'altro che un'illusione. Come il movimento. Anche su una Oldsmobile Four Four Two del 1978, motore 403 in³ V8. Rubata.
Un tempo ero un ragazzo felice, mi bastava la promessa dell'estate per credere che il mondo fosse un posto ogni giorno migliore. Seguivo il baseball. Avevo tante figurine, ricordavo le statistiche dei giocatori e mi sembravano certezze inequivocabili. Battuta - destro, Lancio - destro, Scuola - University of California, Scambiato al 20mo draft. Nel 1989 ha firmato il suo primo contratto professionistico il 9 giugno per i Dodgers. Apparizioni sul diamante, palle fuori, corse create, battute vinte, media di battuta, percentuale di giochi offensivi portati a termine, percentuale di basi rubate. Cose così, che mi accompagnavano per mano nei profumi della stagione più calda. Un'occasione di felicità, un percorso incerto in cui l'unico compito sarebbe stato quello di scoprire il meglio di ognuno, passo dopo passo.

Che cos'è successo quindi? Ecco, diciamo che un giorno ho finito per inciampare, sullo sgambetto che mi ha fatto il peggio di chiunque. Percentuale di sogni infranti: cento per cento.

Attraversavamo il Lone Star State e ogni tanto ai lati della strada le bandiere con la stella solitaria del Texas ricordavano che c'era un posto al mondo in cui l'amicizia veniva difesa con i proiettili. Un angolo sotto al sole in cui le chiese erano state costruite a forma di enormi palazzetti dello sport. Con la promessa che prima o poi l'apocalisse sarebbe passata per saldare i conti con chiunque aveva lasciato in sospeso il proprio spirito da qualche parte, fuori dalle luci elettriche colorate e dalle voci amplificate dei predicatori.
Fuori dalle comunioni fatte con i popcorn, santificati all'olio di girasole.

Seduta sul tettuccio dell'auto lei continuava a scattare foto con la reflex digitale, io ogni tanto le facevo il solletico e lei mi scalciava, dicendomi - Non ho mai visto tante vacche da quando me ne sono scappata la prima volta di casa e sono finita in autostop fino in Oklahoma. Certo, quella volta ero più giovane, non avevo nemmeno tredicianni. L'Oklahoma è proprio un posto assurdo. Puoi capire perché Kafka ci ha fatto finire il suo romanzo Amerika.
-
C'eri andata apposta?
- Sì, volevo vedere com'era..
- E quand'è che hai letto Kafka?
- L'estate scorsa. Ho rubato il libro nella biblioteca-camper che veniva al sabato nel mio quartiere. Mi piaceva il titolo. Con quella K messa lì e il sottotitolo "L'uomo che sparì".
- Quindi adesso quanti ne hai?
- Tu quanti me ne dai?
- Tu quanti ne vuoi?
- Ne vorrei sempre nove. Perché me lo chiedi?
- Perché quello che mi hai appena detto mi ha fatto pensare.
- Ne ho meno di sedici.
- Allora mi hai mentito quando hai detto che avresti potuto guidare..
- Avevo un'altra scelta? non mi avresti mai portata via. Comunque so guidare. L'ho già fatto altre volte. Il mio ex ragazzo una volta ha rubato un'auto e abbiamo guidato fino a farla finire in un fiume.
- Ecco, allora ti farò guidare solo quando saremo in mezzo al deserto.

In realtà l'avevo rapita io, se così si può dire, alcuni giorni prima, a Indianapolis. C'eravamo scontrati in un centro commerciale e lei era lì con tutta la famiglia, il fratello più piccolo aveva la canotta dei Pacers di Reggie Miller. Questa era stata la prima cosa che avevo notato, i suoi erano i classici abitanti dell'Indiana, più bianchi del bianco e pieni di efelidi come un campo di grano era pieno di insetti quando scendeva la sera.
Lei aveva i capelli sugli occhi, una maglietta bianca stretta stretta e dei pantaloncini di jeans con una toppa dei Metallica che diceva Kill'em All.

Ero entrato improvvisamente nel suo camerino mentre era da Gap. Prima ci eravamo semplicemente scambiati uno o due sguardi. Strani. Lei non aveva nemmeno gridato, mi aveva guardato storto e dopo un po' aveva chiesto.
- Secondo te come mi sta?
Era una camicetta rosa.
- Il rosa non ti sta proprio 'a pennello'.
- Ecco, per questo non mi vestirò mai di rosa per il matrimonio di Mary-Beth.
Solo un paio d'ore dopo scoprii che Mary-Beth era sua sorella e il suo nome era Lily Maia Maria. Ai suoi piacevano i nomi lunghi e articolati.
- Secondo me staresti meglio con una bella maglia nera con su scritto "I loves you all but I gotta pull the trigger".
- E dove potrei trovarla?
- Io me la sono fatta da solo.
- E dove ce l'hai?
- Ce l'ho qui, - le dissi, tirando fuori una specie di cosa appallottolata.
- Ah, e cosa ci tieni dentro?
- La mia pistola.

La trasparenza come direzione, l'eccentricità come motivo futile, il tempo come compagno e la natura come bagaglio. Il cielo è da sempre privo di angoli. Lei scatta la fotografia a un cartello che indica l'uscita, "Exit", a cui qualcuno ha aggiunto con lo spray "For Never Land Turn Left. For Now Here Land Turn Turn Turn". Facendo il verso a una canzone dei Byrds.

Eccoci, stiamo arrivando. Every chance that we take, we take on the road cantava David Bowie.
Always crashing in the same car.
Non teneteci troppo vicino. Non attraversate il nostro cammino. Abbiamo un grande messaggio d'amore. Come in un melodramma nichilista, colorato come solo un fantasma sa esserlo.
Non stiamo andando da nessuna parte.
Perché teniamo tutti gli assi nelle maniche e non li giochiamo mai. Giorno dopo giorno.
Però proveremo ad arrivarci in tempo. Una fermata dopo l'altra. Nel calore del mattino.
Perché il grande teatro naturale dell'Oklahoma si è solo spostato, ancora un po' più a sud e ancora un po' più a ovest.
E un giorno ci arriveremo.
Solo per chiuderci dietro la porta del tendone. Solo per far fuoco ovunque.

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